Dissertazioni culinarie di una cuoca inesperta alla scoperta della lingua tedesca

E’ risaputo che il senso in assoluto più evocativo e che attiva in modo più esplicito il ricordo sia l’olfatto; per la mia personale esperienza anche il gusto non è da sottovalutare, sopratutto se penso ai sapori della mia infanzia.

Devo confessare di non essere un’ottima cuoca, ahimè! Nemmeno una cuoca mediocre, mio malgrado, probabilmente a causa del fatto (o grazie al fatto?!) che, come a molti di noi è capitato, ho avuto l’enorme fortuna di crescere in una famiglia dove la cucina è stata in assoluto la stanza più amata e vissuta della casa, con una mamma che era padrona indiscussa dei fornelli.

Questo mi ha permesso di vivere, durante la mia infanzia e la mia crescita, indimenticabili esperienze papillo-gustative, rendendomi una vera amante del cibo e dell’interconessa convivialità, a discapito però della vera e propria arte culinaria, che rimane per me, ad oggi, un vero e proprio arcano.

 

Premesso questo, forte delle mie convinzioni eno-gastronomiche legate alle radici italiane e conscia dei miei limiti in ambito di tegami e tecniche di cottura, tendo ad essere una persona molto curiosa, anche in ambito alimentare. Con tenerezza ricordo alcuni momenti di incontro-scontro gastroculturale (attenzione, è un neologismo nato ora!) della mia prima esperienza lavorativa in Germania, subito dopo l’università, quando mi sono trasferita da Brescia a Neuss, una cittadina nei pressi di Duesseldorf dove collaboravo con il Comune cittadino nell’ambito dell’organizzazione di eventi culturali.

Vivevo in un minuscolo monolocale arredato dove, fra le varie atrezzature fornite, il locatore millantava anche le vettovaglie: immaginerete la mia sorpresa quando, nel momento del bisogno, mi sono trovata sprovvista di uno scolapasta (che davo chiaramente per scontato). In quel preciso istante di oggettiva difficoltà ho capito che uno strumento indispensabile alla sopravvivenza, a mio avviso, era in realtà chiaramente connotato sul piano culturale e quindi, a mie spese, ho iniziato a capire che quello che in una cucina Italiana è un elemento direi scontato e imprescindibile, in una cucina tedesca è invece un dettaglio del tutto trascurabile. A mie spese, perlatro, in senso stretto: Il giorno seguente sono infatti riuscita, con fatica, a procurarne uno alla modica cifra di 32€ (conserve lo scontrino ad oggi, un ricordo indimenticabile).

 

Da citare anche i primi, complicati, incontri con i menù locali: Anche in questo caso l’elemento culturale è tangibile e quindi, consiglio spassionato, evitiamo traduzioni approssimative e accompagnamoci per il pasto ad un amico locale che, senza grandi problemi, ci aiuterà sia dal punto di vista linguistico che da quello alimentare.

 

Ultimo ma non da ultimo: il caffè. E’ facile cadere nello stereotipo che il vero espresso esista solo in Italia (una castroneria perchè in realtà se ne bevono di ottimi in tutto il bacino del mediterraneo e in sudamerica). Detto questo diffidate dall’espresso Tedesco (bevanda non-meglio-definita al gusto di bruciato e dal prezzo ridicolo) e preferite invece il locale Kaffee, una bevanda calda in tazza grande che nasce dall’infusione di orzo ed erbe. E se proprio vi manca l’espresso di casa fatevi spedire una bella moka e un acco di caffè da mamma, ne sarete lieti entrambi!

 

Nadia Franzosi, insegnante di inglese e tedesco presso Centro Studi Ad Maiora