Ludolinguistica, ovvero: “Are you having fun?”

Non passa giorno in cui mio figlio non mi stupisca dimostrandomi di aver acquisito una competenza del tutto nuova: il primo sorriso, la prima volta che ha consapevolmente tenuto qualcosa nelle sue manine, la prima parola sono tutte espressioni di capacità scoperte e consolidate durante le fasi di contatto con l’altro e di gioco. Osservandolo con amorevole curiosità mi sono trovata a ragionare per deduzione e a chiedermi come il gioco possa influire sui processi di apprendimento. La bibliografia sull’argomento è molto ricca e, approfondendo, mi rendo conto che l’idea empirica che ho sviluppato trova ampia applicazione nell’ambito delle lingue straniere.

Creare l’occasione di apprendere divertendosi, utilizzare il gioco quale strumento didattico e, in generale, creare un ambiente formativo che sia emotivamente stimolante sono infatti elementi chiave per permettere e agevolare un apprendimento sereno e gradevole in tutte le fasce di età. Non solo, fare in modo che lo studente sia costantemente stimolato dal punto di vista creativo, perfino fisico, fa si che si attivino zone specifiche di entrambi gli emisferi cerebrali che agevolano da un lato la ricezione e l’organizzazione delle informazioni, dall’altro i processi mnemonici indispensabili per trasformare, ad esempio, il lessico in vocabolario acquisito e attivo.

Nell’ambito della lezione di lingua è, quindi, molto utile personalizzare i contenuti e gli esempi, renderli interessanti per il nostro interlocutore, adattarli alla sua fascia di età e alla sua sfera di interessi. L’introduzione di veri e propri giochi (si pensi in semplicemente al role-playing o alla cosiddetta “pallina linguistica”) è il passo successivo verso l’efficace stimolazione dello studente.

Il role-playing è un’attività ludica dall’efficacia ormai consolidata in svariatissimi ambiti di apprendimento, non da ultimo quello della lingua straniera: avere occasione di immedesimarsi in situazioni comunicative reali (ad esempio lo scambio di richieste cortesi fra cliente e venditore in un negozio di souvenir piuttosto che la telefonata ad un collega che lavori all’estero) permette allo studente di mettersi alla prova su un terreno utile ma sicuro, imparando in modo attivo forme idiomatiche e strutture che rimarranno impresse nella sua memoria anche grazie alla situazione “diversa” nelle quale le ha utilizzate.

In modo analogo l’azione “d’urto” della pallina linguistica nelle presentazioni personali (ma non solo) mette lo studente di fronte alla necessità impellente di parlare: l’insegnante, in questo caso, lancia una pallina a tutti gli studenti, a turno, facendo loro domande e intavolando con loro brevi, semplici conversazioni.  Lo studente, prendendo al volo la pallina, si attiva anche fisicamente trovandosi nella situazione di “dover” parlare. Questa attività si presta molto bene per lezioni a classi anche numerose e può essere utilizzata nella versione più guidata, nella quale è il solo docente a lanciare la pallina dando la parola, così come nella versione più libera, nell’ambito della quale invece si crea continuità di lancio (e di scambio comunicativo) anche fra gli studenti.

Come in tutti i giochi, anche in quelli linguistici esistono chiaramente delle regole e il ruolo del docente è proprio quelle di renderle manifeste, chiare e di adoperarsi in modo assolutamente non invasivo perché queste vengano rispettate. L’utilizzo, non da ultimo, di strumenti multimediali e interattivi permette di proporre soluzioni divertenti sempre nuove.

La motivazione è chiaramente l’elemento trainante di questo metodo didattico che vede nell’apprendimento linguistico un’esperienza ludica e gratificante, sia per lo studente che per il docente. Chi ama la comunicazione e l’insegnamento non può che essere promotore di questi principi e, come la mamma accompagna il bambino verso i primi passi attraverso l’esempio e il supporto quotidiano, anche l’insegnante si impegna ad essere guida e “compagno di giochi” dello studente, preparandosi anche a sorprenderlo e divertirlo.

 

  Nadia Franzoni, insegnante di inglese presso Centro Studi Ad Maiora